da http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Foto di Usbe da flickr.comOra d'aria
l'Unità, 1 maggio 2008 

Chiedendo scusa per il disturbo, senza voler guastare questo bel clima di riverenze bipartisan al neopresidente del Senato Renato Schifani, vorremmo allineare qualche nota biografica del noto statista palermitano che ora troneggia là dove sedettero De Nicola, Paratore, Merzagora, Fanfani, Malagodi e Spadolini. Il quale non è omonimo di colui che insultò Rita Borsellino e Maria Falcone (“fanno uso politico del loro cognome”, sic) perché erano insorte quando Berlusconi definì i magistrati “disturbati mentali, antropologicamente estranei al resto della razza umana”: è proprio lui. Non è omonimo dell’autore del lodo incostituzionale che nel 2003 regalò l’impunità alle 5 alte cariche dello Stato, soprattutto a una, cioè a Berlusconi, e aggredì verbalmente Scalfaro in Senato perché osava dissentire: è sempre lui.

L’altroieri la sua elezione è stata salutata da un’ovazione bipartisan, da destra a sinistra. Molto apprezzati il suo elogio a Falcone e Borsellino e la sua dichiarazione di guerra alla mafia. Certo, se uno evitasse di mettersi in affari con gente di mafia, la lotta alla mafia riuscirebbe meglio. Già, perché - come raccontano Abbate e Gomez ne “I complici” (ed. Fazi) - trent’anni prima di sedere sul più alto scranno del Parlamento, Schifani sedeva nella Sicula Brokers, una società di brokeraggio fondata col fior fiore di Cosa Nostra e dintorni. Cinque i soci: oltre a Schifani, l’avvocato Nino Mandalà (futuro boss di Villabate, fedelissimo di Provenzano); Benny D’Agostino (costruttore amico del boss Michele Greco, re degli appalti mafiosi, poi condannato per concorso esterno); Giuseppe Lombardo (amministratore delle società dei cugini Nino e Ignazio Salvo, esattori mafiosi e andreottiani di Salemi arrestati da Falcone e Borsellino nel 1984). Completa il quadro Enrico La Loggia, futuro ministro forzista. Nei primi anni 80, Schifani e La Loggia sono ospiti d’onore al matrimonio del boss Mandalà. All’epoca, sono tutti e tre nella Dc. Poi, nel 1994, Mandalà fonda uno dei primi club azzurri a Palermo, seguito a ruota da Schifani e La Loggia. Il boss, a Villabate, fa il bello e il cattivo tempo. Il sindaco Giuseppe Navetta è suo parente: infatti, su richiesta di La Loggia, Schifani diventa “consulente urbanistico” del Comune perché - dirà La Loggia ai pm antimafia - aveva “perso molto tempo” col partito e aveva “avuto dei mancati guadagni”.

Il pentito Francesco Campanella, braccio destro di Mandalà e Provenzano, all’epoca presidente del consiglio comunale di Villabate in quota Udeur, aggiunge: “Le 4 varianti al piano regolatore… furono tutte concordate con Schifani”. Che “interloquiva anche con Mandalà. Poi si fece il piano regolatore generale… grandi appetiti dalla famiglia mafiosa di Villabate. Mandalà organizzò tutto in prima persona. Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e La Loggia e aveva trovato un accordo: i due segnalavano il progettista del Prg, incassando anche una parcella di un certo rilievo. L’accordo che Mandalà aveva definito coi suoi amici Schifani e La Loggia era di manipolare il Prg, affinché tutte le sue istanze - variare i terreni dove c’erano gli affari in corso e penalizzare quelli della famiglia mafiosa avversaria - fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani… Il che avvenne: cominciò la stesura del Prg e io partecipai a tutte le riunioni con Schifani” e “a quelle della famiglia mafiosa, in cui Schifani non c’era”.

Domanda del pm: “Schifani era al corrente degli interessi di Mandalà nell’urbanistica di Villabate?”. Campanella: ”Assolutamente sì. Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e Schifani”. Il tutto avveniva “dopo l’arresto di Mandalà Nicola”, cioè del figlio di Nino, per mafia. Mandalà padre si allontana da FI per un po’, poi rientra alla grande, membro del direttivo provinciale. E incontra Schifani e La Loggia. Lo dice Campanella, contro cui i due forzisti hanno annunciato querela; ma la cosa risulta anche da intercettazioni. Nulla di penalmente rivelante, secondo la Dda di Palermo. Nel ‘98 però anche Mandalà padre finisce dentro: verrà condannato in primo grado a 8 anni per mafia e a 4 per intestazione fittizia di beni. E nel ‘99 il Prg salta perché il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose nella giunta che ha nominato consulente Schifani. Miccichè insorge: “E’ una vergognosa pulizia etnica”. Ma ormai Schifani è in Senato dal 1996. Prima capogruppo forzista, ora addirittura presidente. Applausi. Viva il dialogo. Viva l’antimafia.
condorbianco ci ha pensato in data: maggio 03, 2008 14:46 | commenti (4)(popup) | commenti (4)

SI SALVI CHI PUO’  - Cosa ci aspetta se rivince Silvio

 

DA MANI PULITE A MANI LIBERE: PERCHE’ SPERO NEL PAREGGIO

il grande dittatore chaplin

Dio ci salvi da Dell’Utri nella stanza dei bottoni – e in prospettiva, da Silvio sul Colle.

 

Come dicevo, nell’ipotesi più probabile, ferma restando la sconfitta del PD rispetto al PDL alla Camera, c’è al Senato un sostanziale pareggio: con il risultato che Berlusconi non può governare da solo: unica speranza per salvarci per ora da un suo strapotere senza altro controllo che quello del Quirinale. Nell’ipotesi peggiore (anche se la meno probabile, a quanto sembra), Berlusconi ha anche al Senato una maggioranza abbastanza solida da  poter governare in “splendida” solitudine.

 

Essì, perché stavolta, Nessuno, ma proprio nessuno, all’interno della sua coalizione, potrà opporsi ai suoi voleri, se non per spingere verso tendenze ancor più autoritarie o razziste.

Annessa e ridotta definitivamente AN al silenzio (al solo, modico prezzo di aver cambiato nome a Forza Italia), espulsa la già timida UDC che, sola, poteva contrastarne il delirio di onnipotenza, Berlusconi sogna di avere finalmente le mani libere per fare i suoi porci comodi (ma libere del tutto, eh? Proprio come vorrebbe lui).

Gli unici a tenerlo ancora un po’ sulla corda, ad avere qualche potere di interdizione, sono, da un lato, i leghisti: i quali però tutto hanno a cuore meno che il bene dell’Italia unita, dei diritti umani, dell’ecologia, della giustizia sociale, della legalità, dei valori della Costituzione, dell’antifascismo, e – men che meno – dell’antirazzismo.

Dall’altro lato, le conventicole mafiose, che son sempre pronte a ritirare il proprio appoggio nel caso lui le deluda: infatti si aspettano come manna dal cielo non solo la pioggia faraonica di miliardi necessari per are l’inutile (per l’italia e la Sicilia oneste) Ponte sullo Stretto, ma anche soprattutto un occhio di riguardo per i suoi carcerati di lusso, una bella persecuzione contro i pentiti e i collaboratori di giustizia, e magari qualche bella legge ad personam che può sempre venire utile per scapolarsela dai “giustizialisti” (è di questi giorni l’attacco a Di Pietro, che al Cavaliere “fa orrore”: e ti credo…).

 

Ma vediamo in dettaglio cosa ci aspetta.

 

Conflitto di interessi

Con ritardo, magari timidamente, ma da Prodi c’era da aspettarsi che, nei tre anni di governo che aveva ancora davanti, finalmente si decidesse ad affrontare il problema. Ovvio che ora il problema stesso verrebbe semplicemente sepolto, se non addirittura aggravato.

Con il bel risultato che verrebbe cresciuta un’altra generazione di giovani (quelli che voteranno per la prima volta nel 2020, tra dodici anni, mentre Silvio starà per terminare il suo settennato al Quirinale) completamente rincoglioniti dai suoi falsi ideologici. Già oggi molti di loro credono che lo sfascio dell’Italia sia da imputare a “50 anni di governo comunista” dell’Italia. E’ di ieri la notizia che Dell’Utri & soci vogliono riscrivere i libri di Storia, naturalmente in senso revisionista neofascista.

Giudichino gli elettori di sinistra se questo da solo non è un pericolo grave da combattere.

Legge elettorale

Certo che la nuova maggioranza cercherà di riformare la porcata calderoliana. Ma potete giocarci i vostri attributi riproduttivi che lo faranno in nome della “governabilità” e dell’”antiribaltonismo”: vale a dire, nella direzione di una blindatura totale del potere berlusconiano. Appena fatta una legge che assicura che chi vince le elezioni governa senza scossoni possibili per almeno 5 anni, Silvio guarda i sondaggi e – non appena ha sufficienti garanzie per rivincerle – ritorna alle urne. Era il progetto retrostante alla famosa riforma costituzionale dei “saggi”  (sic!) di Lorenzago: arrivare a rendere legale una stabile occupazione delle stanze dei bottoni.

 

Riforme costituzionali.

Ci aveva già provato. Non commento oltre, rimando solo ad alcuni altri miei post di due anni fa.

(http://operazioneverita.splinder.com/tag/referendum_riforma_costituzional)

 

Il ponte sullo Stretto

E’ inutile perché congiunge il nulla infrastrutturale. Non ci sono autostrade sufficienti da una parte e dall’altra, non ci sono ferrovie degne di questo nome.

Il traffico è comunque assicurato a sufficienza dai traghetti e dai collegamenti aerei. Non ci sono pareri unanimi da parte degli esperti sulla sua sicurezza (è in zona ad alto rischio sismico). A parte l’evidente impatto ambientale e paesaggistico, sarebbe comunque un enorme regalo alla Mafia e alla ‘Ndrangheta. E’ senza copertura finanziaria, per cui dovremmo accollarci un surplus enorme di debito pubblico (che è già a livelli drammatici) per regalare soldi a Cosa Nostra & C.

 

Diritti civili e laicità

Dalla prova di forza di Bolzaneto ai rigurgiti razzisti, dall’uso disinvolto dei servizi segreti alle intimidazioni ai giornalisti liberi, dal pervicace “no” ai DICO, alla fecondazione assistita e all’eutanasia, per proseguire con il criminale appoggio a un’amministrazione americana che ha potuto concepire la reintroduzione della tortura (del resto a Bolzaneto la stessa amministrazione Berlusconi ha reintrodotto la tortura in Italia)… eccetera. Devo continuare? En passant, guardate qui (http://operazioneverita.splinder.com/tag/tentato_regime).

 

Ecomostri

Berlusconi vuole rimettere al ministero dell’economia un tizio (Tremonti, ricordate questo nome??) che voleva vendere le spiagge italiane per risanare il deficit pubblico. Vuole costruire il Ponte sullo Stretto di Messina. Vuole mandare a casa il governatore della Sardegna perché ha inserito strettissimi vincoli paesaggistici (ha impedito di cementificare ulteriormente le coste). Tra i  principali elettori della Lega sua alleata, alcuni industrialotti del Nord, allignano coloro che esportano in Campania migliaia di tonnellate di rifiuti tossici per risparmiare.

 

Stato sociale e meno abbienti

Che dire, se non che gli unici a cui ha davvero tagliato le tasse in cinque anni di governo sono stati i ricchi? Che dire, se non che si è sempre opposto a politiche di redistribuzione del reddito? Che dire, se non che voleva smantellare ciò che rimaneva dello stato sociale? Che dire, se non che ha tentato di uccidere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Che dire, se non che i salari sono fermi dal 2001, anno in cui lui prese il potere per l’ultima (per ora) volta? Che dire se non che nella campagna elettorale 2006, Berlusconi se ne uscì a dire, scandalizzato, che la sinistra voleva mettere sullo stesso piano il figlio dell’operaio e quello del professionista? Che dire, se non che ha tentato di tutto – senza successo perché con lui il deficit è arivao a livelli record – per far quadrare i conti dello Stato senza combattere l’evasione fiscale?

 

Esteri

Aspettiamoci una nuova ondata di antieuropeismo, di disprezzo delle regole dell’UE e del diritto internazionale; prepariamoci a una nuova ondata di figure di merda sugli schermi planetari: corna nelle foto ufficiali, insulti al parlamento europeo, pesanti battute a sfondo sessuale sulle signore premier degli altri Paesi, inopportune uscite sulla presunta inferiorità delle civiltà “altre”, rivalutazione del protezionismo, inviti alla Russia ad entrare nella UE senza che alcuna istituzione europea l’abbia autorizzato, e così via. E, naturalmente, Dio non voglia che in USA rivincano i Teocon – Neocon altrimenti c’è da aspettarsi un’altra ondata di appoggio a politiche anti-ONU e guerrafondaie.

DatieFatti ci ha pensato in data: aprile 10, 2008 12:29 | commenti (5)(popup) | commenti (5)

MI RIBELLO

berlusconi se la ride

IN DIFESA DELL'ITALIA

E DELLE LIBERTA' DEMOCRATICHE,

DICO "NO" AD ALTRI 12 ANNI DI POTERE BERLUSCONIANO

Per più di un mese non ce l’ho fatta a scrivere.

Travolto da un’ondata di lavoro quale non ricordavo da anni, sono stato costretto a  ridurre al lumicino le mie visite al WEB, e probabilmente sarà così ancora per almeno un altro mese. Ma non è stato questo l’unico motivo della mia lunga assenza.

 

Ebbene sì, amici. Lo confesso. Sono rimasto talmente nauseato dalla stupidità di oltre metà dell’elettorato, che per settimane non sono riuscito, semplicemente, a scrivere nulla: horror vacui.

Ora però mi ribello. Con le sue ultime intemerate, Berlusconi è riuscito a ridestare in me una dose  di indignazione sufficiente per indurmi a dire la mia, ancora una volta.

Ecco quindi – nei prossimi post – alcune semplici riflessioni.

Che dovrebbero essere ovvie. Ma che evidentemente ovvie non sono, visto che troppi a destra, ma anche ahimé a sinistra, hanno evidentemente la memoria corta.

 

Sia ben chiaro: non credo alla rimonta che Veltroni sbandiera in giro (del resto, essendo parte in causa, che altro dovrebbe dire, che è sicuro di perdere?).

Nella migliore delle ipotesi, si vince al Senato – di misura -  e si perde alla Camera (ed essendoci il premio di maggioranza su base nazionale, lì ha poco senso augurarsi di perdere con l’1% di scarto, anziché il 6%, perché in termini di seggi è praticamente lo stesso).

Nell’ipotesi più probabile, ferma restando la sconfitta alla Camera, c’è al Senato un sostanziale pareggio: con il risultato che Berlusconi non può governare da solo, e allora forse possiamo limitare i danni.

Nell’ipotesi peggiore (anche se, a quanto sembra, possiamo ancora scongiurarla), Berlusconi avrà anche al Senato una maggioranza abbastanza solida da  poter governare in “splendida” solitudine.

 

Molti intellettuali di sinistra e liberali, da Andrea Camilleri a Dario Fo, a Umberto Eco, e tanti altri ancora (si veda anche http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=1947&id_titoli_primo_piano=1 ) negli ultimi giorni, hanno rivolto appelli a chi, tra gli elettori del centrosinistra, era tentato dall’astensionismo, affinché ci ripensi seriamente.

Tra questi intellettuali, c’è anche chi per due anni ha aspramente criticato Prodi e aveva inizialmente dichiarato il proprio desiderio di non votare (è il caso di  Paolo Sylos Labini, che ha annunciato di aver cambiato idea dalle pagine di Micromega).

 

Infatti il rischio per il Paese, in caso di vittoria chiara e netta del Popolo delle Libertà di Delinquere,  è tale da far temere che l’Italia stia per imboccare, nei prossimi dodici anni, la strada terribile di un declino davvero irreversibile. Avete letto bene: DODICI ANNI: perché il Cainano non fa mistero di mirare alla Presidenza della Repubblica, dopo  ilsuo quarto mandato da Presidente del Consiglio. Un incubo, un viaggio senza ritorno.

 

E nei prossimi post intendo ricordare a tutti quali e quanti rischi incombano sulle nostre teste.

DatieFatti ci ha pensato in data: aprile 10, 2008 10:40 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
In questi giorni i media italiani (molto meno quelli americani, in parte anche per le primarie) hanno parlato di una maxi operazione italo-americana (nome in codice "Old Bridge") che ha stroncato una pericolosa intesa fra mafia americana e siciliana.
La più grande operazione dai tempi della Pizza Connection.
E' bastato questo perché la nostra stampa riprendesse il peana della lotta anti mafia, insistendo sul fatto che la mafia, dopo l'arresto di Provenzano e Lo Piccolo, ha i giorni contati, è un problema in via di soluzione. Memorabile (per la sua falsità offensiva) un articolo de La Repubblica, che parlava della fine del pizzo a Palermo dopo l'arresto del boss peracottaro Lo Piccolo.
Anche in questo caso, di fronte ad un'ottima notizia, alle informazioni ottimistiche ma ragionevoli e prudenti degli investigatori si sono sovrapposti gli articoli entusiastici delle "grandi firme" e le affermazioni roboanti di alcuni politici.

Una pur sì picciola rassegna stampa estera mostra che, ahinoi, Cosa Nostra americana ha subito l'ennesimo scacco, ma non è affatto morta né moribonda. E' una mafia in crisi: troppe indagini, troppi collaboratori di giustizia, troppa poca pazienza di costruire un potere sociale. Ma è anche una mafia dell'alta finanza, dei junk bonds, una mafia dei colletti bianchi che ha lasciato le strade a nuove mafie, più giovani ed aggressive.


Rassegna stampa americana Old Bridge

Cosa Nostra americana agli Americani, quella nostrana a noi.

La nostra come è? Una mafia peracottara dei Riina e dei Lo Piccolo, come ce la mostrano le fictions?
Oppure è una organizzazione bicefala che prende molti colpi, ma continua ad avere rapporti necessari ed inscindibili con importanti fette della classe dirigente siciliana?
Centinaia di processi (basati su fatti, riscontri e testimonianze attendibili) ci danno il quadro di un'organizzazione che non morirà mai, per quanti picciotti e pittoreschi boss si possano prendere, fino a quando non verrà attaccata con tutta la forza della legge (severa, ma equa) la sua alta protettrice, la società alta, elegante, ricca ed insospettabile.

Ma non per questo meno criminosa e moralmente spregevole dei Totò u' Curtu e dei Binnu u' Tratturi.


MattBeck ci ha pensato in data: febbraio 10, 2008 11:34 | commenti (popup) | commenti

E' PARTITO DEMOCRATICO.

SPERO CHE NON

ARRIVI DEMOCRATICOCRISTIANO.

Immagine1

Alle primarie, sceglierò un candidato.

E alle elezioni, voterò un partito.

In ambedue le occasioni, la mia scelta sarà orientata secondo i seguenti criteri (e in caso di successiva vittoria elettorale, starò attento alla COERENZA…). Capisco: è impossibile che un candidato tocchi tutti questi argomenti esattamente come io lo vorrei, ma insomma sceglierò quello/a che più si avvicina ai miei desideri, ecco.

(Nel caso probabile che nessun candidato dica alcunché sui punti che seguono, partirà il mio fuckoff day, e alle successive elezioni voterò IDV).

 

a)      Ascolterò ciò che viene detto sulla difesa della legalità, (es. è uno scandalo che esistano dei condannati in Cassazione per reati del tutto incompatibili con il mandato di parlamentare, che vengono ricandidati in collegi blindati. So che tutti i partiti hanno questo problema, ma se ce n’è uno che s’impegna in tal senso, beh ne tengo conto.)

b)      Segnerà molti punti al suo attivo chi parlerà nel programma di lotta senza quartiere alla Mafia, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita. Ma non semplicemente dichiarandolo. Voglio punti precisi. Esempio: riconferma e se possibile inasprimento del 41 bis, riapertura delle carceri dure, nuovo impulso al pentitismo, ritorno al metodo del pool di Falcone e Borsellino, rivalutazione di personaggi come Castelli, sospensione immediata dal partito di chi è indagato per mafia, forte sostegno agli imprenditori che non vogliono pagare il pizzo, massima collaborazione con gli altri Stati, a cominciare dalle rogatorie internazionali. E potrei continuare.

c)      Guarderò con favore chi imporrà agli enti locali di applicare le leggi dello Stato, a cominciare dall’obbligo di mappare i terreni a rischio incendi (è solo un esempio)

d)      Mi piacerebbe sentire di garanzie di tutela del patrimonio artistico e naturale per davvero, e non di affittare per 99 anni i litorali per fare finanza creativa, o di silenzio assenso per la svendita degli immobili dello Stato..

e)      Sceglierò chi non prometterà di ridurre le tasse subito, ma mi dirà cosa intende fare per ridurre gli sprechi. Preferibilmente, inserendo le necessarie decisioni impopolari.

f)        Applaudirò chi si rifiuterà di finanziare le scuole private o confessionali. Mica come quel baciapile del ministro Fioroni!

g)      Ascolterò volentieri chi si rifiuterà di incentivare la produzione industriale, prima del risparmio e del consumo.

h)      Appoggerò chi mi proporrà una politica estera coerente con la pace, l’ONU, il dialogo, gli interessi della UE e quelli dell’Italia.

i)        Sceglierò chi mi proporrà una legge elettorale seria, non una versione edulcorata del porcellum.

j)        Considererò di votare chi mi proporrà una rigorosa e definitiva legge sul conflitto di interessi, che non sia antiberlusconiana e basta (ma su questo non corriamo rischi, vedrete), bensì una vera legge degna del nome.

k)      Avrà il mio appoggio chi dirà senza mezzi termini che le leggi importanti si fanno dialogando con l’opposizione, ma che non si tratta (su nulla) con Berlusconi.

l)    Bacerò in fronte il candidato che dica chiaro e tondo alla Binetti che l'Italia è uno Stato laico, e che se non le sta bene vada pure tra le fila di Forza Italia, dell'UDEUR (tanto tra poco sarà lo stesso) o dell'UDC.

 

PS: C’entra nulla. Ma una cosa la voglio dire, a quelli che al Meazza hanno fischiato l’inno francese: PIANTATELA DI FARE MINCHIATE.

DatieFatti ci ha pensato in data: settembre 10, 2007 09:31 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
domenica, 09 luglio 2006 | in : lotta alla mafia, governo prodi
Notiziuola ANSA di qualche giorno fa

Respinto emendamento del Pdci, a favore solo in 21 (ANSA) - ROMA, 6 LUG
I parlamentari indagati per mafia o per reati contro la Pubblica Amministrazione potranno continuare a far parte della commissione Antimafia. La Camera ha respinto l'emendamento, presentato da Licandro (Pdci), che dava la possibilita' ai presidenti delle Camere di escludere dall'organismo tutti i deputati e senatori 'sottoposti a procedimenti giudiziari' per reati di mafia e contro la Pubblica Amministrazione. A favore hanno votato solo 21 deputati, di cui 14 del Pdci.

L'opinone di Condorbianco:
Se abbiamo fatto tanto per mandare a casa un delinquente circondato da lacchè altrettanto delinquenti con la speranza che un nuovo governo lavori per una sola causa collettiva non è di certo per leggere queste squallide notizie. SONO DISGUSTATO!!!
condorbianco ci ha pensato in data: luglio 09, 2006 15:54 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 05 luglio 2006 | in : berlusconi, lotta alla mafia, lotta alla criminalità
L’ipotesi B

La drammatica, ancora non totalmente spiegata transizione italiana. Che cosa c'entra Silvio Berlusconi con le stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e con quelle del 1993 a Firenze, Roma e Milano?

di Gianni Barbacetto


È stato il momento più drammatico
della storia italiana dal dopoguerra a oggi: negli anni tra il1992 e il 1994 è crollato un mondo politico, si è sgretolato il sistema dei partiti, è scoppiata una serie di bombe che hanno compiuto stragi, eliminato due tra i magistrati più famosi d’Italia, ucciso complessivamente 21 persone, provocato un’ottantina di feriti, messo in pericolo il patrimonio artistico del Paese, tenuto a lungo sotto ricatto le istituzioni. Che cosa è davvero successo in quel passaggio d’epoca? Chi si è attivato? Quali sono stati i protagonisti che si sonomossi nell’ombra? Che ricatti sono scattati? Non sappiamo dare risposte esaurienti: nella ricostruzione storica di quegli anni rimangono ancora molti buchi neri. Nel cuore della nostra storia recente, proprio nel momento in cui si è formato il nuovo sistema politico in cui viviamo, si è consumato un grande intrigo. Ancora per molti aspetti oscuro.


Giovanni Falcone e Totò Riina

C’è un punto fermo: per i fatti più gravi che hanno segnato quel periodo – le stragi del 1992 in cui sono morti Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte; e le tre stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma – sono stati condannati come esecutori e mandanti gli uomini di Cosa nostra. Ma chi ha indagato per anni sulla transizione del 1992-93 ha formulato un’ipotesi a: Cosa nostra da sola ha progettato e realizzato lestragi; e un’ipotesi b: vi sono altre forze dietro quella strategia, esistono «mandanti a volto coperto» o comunque altre entità che avevanointeressi convergenti con quelli di Cosa nostra. L’ipotesi b, inevitabilmente, preso atto dei racconti arrivati da chi havissuto quella stagione all’interno di Cosa nostra, è diventata ipotesi B: B come Berlusconi. Silvio Berlusconi, con Marcello Dell’Utri, è stato indagato nelle inchieste sui «mandanti a volto coperto» ed è di fatto tuttora indagato (malgrado la sua propaganda dica di no) a Palermo e a Firenze. Ecco dunque la storia di quegli anni, i fatti accertati, le questioni irrisolte. Raccontiamolo come il plot di un grande thriller. Senza certezze, ma con molti fatti inquietanti.
Nel febbraio 1992 uno sconosciuto magistrato della Procura di Milano, Antonio Di Pietro, avvia una inchiesta sulla corruzione politica, a cuidà il nome di Mani pulite. Dopo qualche mese, è una valanga. Per episodi di corruzione sono posti sotto inchiesta centinaia di politici, amministratori, imprenditori, i maggiori leader dei partiti, una decina di ex ministri della Repubblica, quattro ex presidenti del Consiglio. Il Parlamento è delegittimato da decine di avvisi di garanzia. L’intero sistema dei partiti è scosso. In un paio di anni il volto della politica italiana cambia completamente.

In Sicilia, intanto, Cosa nostra si sta da tempo
agitando. L’organizzazione è in attesa della decisione della Corte di cassazione, che deve confermare o annullare la sentenza del maxiprocesso di Palermo. Con la conferma, sui 475 imputati portati a giudizio da Giovanni Falcone e dagli altri magistrati del primo pool antimafia di Palermo si sarebbe abbattuta una montagna di ergastoli capace di seppellire in carcere un paio di generazioni di mafiosi.
Il capo dei capi, Totò Riina, annusa l’aria e si rende conto che negli ultimi tempi gli «amici importanti» di Cosa nostra a Palermo e a Roma non sono più attenti alle esigenze dell’organizzazione. Il 30 gennaio arriva la conferma ai sospetti di Totò u Curtu: la prima sezione della Cassazione, sottratta all’influenza di Corrado Carnevale, il «giudice ammazzasentenze», conferma le condanne del maxiprocesso. È la fine di un’epoca.
Riina, che comanda Cosa nostra grazie al potere militare delle famiglie corleonesi, decide che è tempo di tagliare di netto con i vecchialleati. È tempo di iniziare la guerra. Che comincia esattamente 40 giorni dopo la sentenza della Cassazione: il 12 marzo 1992, a Mondello, il mare di Palermo, è ucciso Salvo Lima, l’uomo che rappresenta Giulio Andreotti in Sicilia. Nel settembre successivo è la volta di Ignazio Salvo, andreottiano e uomo di Cosa nostra. Il segnale è chiaro: non avete mantenuto i patti, dunque ora pagate il vostro tradimento. Cosa nostra non ha più bisogno di voi. Recide per sempre i legami di scambio (voti e soldi contro appalti e impunità) con i suoi tradizionali referenti politici. Muore così la Cosa nostra della «prima repubblica», quella che aveva i suoireferenti nei notabili democristiani. Ha il battesimo del fuoco la nuova Cosa nostra, quella che comincia a trattare direttamente con lo Stato.

Nel frattempo, per quelle perfette sintonie
che solo la storia sa costruire, al Nord moriva la «prima repubblica» dei partiti. Il 5 aprile 1992 le elezioni politiche sanciscono il tracollo dei partiti digoverno e il trionfo della Lega di Umberto Bossi, su cui si riversano le proteste contro il sistema della corruzione e molti desideri di cambiamento. Ma intanto, al Sud, Riina prosegue la sua guerra: colpendo il nemico numero uno di Cosa nostra, Giovanni Falcone, l’uomo che negli anni Ottanta aveva dato l’avvio all’avventura che si era conclusa il 30 gennaio 1992 con la sentenza definitiva della Cassazione.
Il 23 maggio, a Capaci, mentre corre dall’aeroporto di Palermo versola sua città, il magistrato, sua moglie e la scorta sono dilaniati da una carica d’esplosivo che fa saltare in aria l’autostrada. L’Italia è scossa come mai prima. La morte di Falcone è pianificata da Cosa nostra proprio nei giorni in cui il Parlamento, dopo le dimissioni di Francesco Cossiga, è riunito per scegliere il nuovo presidente della Repubblica: così da impedire che alla più alta carica dello Stato sia eletto il candidato allora favorito, Andreotti, ormai pesantemente segnato dalle ombre dei suoi rapporti siciliani.

Falcone aveva più di un nemico. Non tutti erano
dentro Cosa nostra. Gli investigatori si pongono la domanda: qualcuno dei suoi nemici può forse essere stato concausa della sua morte – in quel «nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol diregomitolo» che spesso è la realtà, come scriveva Carlo Emilio Gadda? Il pubblico ministero nel processo perla strage di Capaci, Luca Tescaroli, lascia aperta la risposta. Attorno a Falcone vivo si erano agitati ambienti dei servizi segreti, dellamassoneria, della politica e delle imprese. Sul luogo del delitto, a Capaci, è stato ritrovato (o fatto ritrovare?) un bigliettino con un numero di telefono di un funzionario del Sisde (il servizio segreto civile), il cui numero due, Bruno Contrada, poi arrestato e condannato per associazione mafiosa. Quanto alle imprese,scrive Tescaroli nella sua requisitoria: «Le stesse indicazioni delcollaboratore di giustizia Angelo Siino, in ordine all’iniziativa di Bernardo Provenzano per “agganciare Craxi tramite la Fininvest”, e di Salvatore Cancemi, con riferimento all’iniziativa, collocata fra gli anni 1990-1991, per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale e al suo tentativo, “tramite Craxi”, di mettersi la Fininvest nelle mani e viceversa, potrebbero non essere avulse dal trasferimento del dottor Falcone» da Palermo a Roma. Di più non dice, aggiungendo che altre indagini sono in corso perapprofondire gli aspetti ancora in ombra del gomitolo delle«causali».

Racconta però Salvatore Cancemi,
il primo collaboratore di giustizia che era stato membro della Commissione (la «cupola») di Cosa nostra:«Quando c’erano le preparazioni per le stragi di Falcone, del dottor Falcone, io ero in macchina con Raffaele Ganci. Stavamo andando là e Ganci Raffaele mi disse, con pochissime parole: U zu’ Totuccio si incontrò con persone importanti». Ganci non gli fa i nomi di quelle «persone importanti», ma per Cancemi è abbastanza chiaro: «Se io devo fare una logica, diciamo,(...) i discorsi sono questi che si facevano in quel periodo». E spiega (nel 1999, al processo per la strage di via D’Amelio):«Se io vado indietro, noi andiamo a trovare un Vittorio Mangano che faceva quello che voleva nella tenuta di Berlusconi di Arcore. Là c’era un covo, un covo di mafiosi che andavano là, organizzavano sequestri di persona, vendevano droga, e io ho fornito pure; che c’è stato un tentativo di un sequestro di persona, che uno di questi che era, mi sembra, se non faccio errore, Pietro Testone, chiamato di... ora che mi viene il nome glielo dico... Pietro Vernengo, (...) quindi là era la base di tutte queste cose. Quindi, dobbiamo cominciare, diciamo, di qua, quindi i vantaggi ci sono... ci sono stati curati da anni indietro a venire in avanti».

La guerra continua. Il 19 luglio 1992
, meno di due mesi dopo la morte di Falcone, in via D’Amelio è ucciso con un’autobomba, insieme alla scorta, Paolo Borsellino, che per Falcone era come un fratello e che dopo la sua morte era diventato l’erede morale el’ideale continuatore della sua opera. L’uccisione di Borsellino, a così breve distanza da quella di Falcone, è controproducente per Cosa nostra: le misure antimafia varate dal governo dopo la prima strage stavano per essere dimenticate nell’afa estiva che aveva investito anche il Parlamento che le doveva rendere legge; ma dopo la bomba di via D’Amelio vengono rapidamente approvate; il sostegno ai collaboratori di giustizia e il carcere duro per i boss mafiosi diventano definitivi; la caccia ai latitanti diventa frenetica; la coscienza antimafia diventa sentire comune in tutto il Paese. Perché Cosa nostra ha deciso quell’accelerazione? Chi ha messo fretta a Cosa nostra, che non ha mai fretta?
Racconta Cancemi: «Mi ricordo (...) di una riunione che il Ganci, proprio questo mi è rimasto impresso, (...) che si appartò, diciamo,sempre nella stessa stanza, nello stesso salottino che c’era là ,con Riina. E io c’ho sentito dire: La responsabilità è mia. Poi, quando ce ne siamo andati con Ganci, Ganci mi disse: Questo ci... ci vuole rovinare a tutti, quindi lacosa era... il riferimento era per il dottor Borsellino. (...) Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa... di una cosa veloce, aveva... io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva... la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. (...) Questa cosa la doveva portare subito a compimento, doveva dare questa... questa risposta a qualcuno,questi accordi che lui aveva preso».

Aveva davvero preso accordi con qualcuno?
E se sì, con chi? Queste due domande non hanno ancora trovato una risposta certa. Ma alcuni importanti capi di Cosa nostra che hanno vissuto dall’interno la preparazione delle stragi riferiscono che era stata aperta una trattativa con soggetti dell’ambiente politico e istituzionale. Riina aveva anche scritto le sue richieste, in quello che gli uomini di Cosa nostra chiamano il papello: revisione del maxiprocesso, azzeramento delle norme che avevano reso possibile il moltiplicarsi dei «pentiti»; fine del carcere duro (articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario); chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara; abolizione dell’ergastolo. Chi tratta con Cosa nostra? Contatti con Vito Ciancimino, ex sindaco dc di Palermo e uomo dei corleonesi, li hanno in quei mesi due carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale), il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno; una sorta di trattativa viene intavolata, ma – dicono i due carabinieri – senza concessioni a Cosa nostra, anzi al solo scopo di stanare Riina.

Un’altra trattativa, secondo le ipotesi investigative,
è stata avviata da uomini Fininvest: Marcello Dell’Utri scende infatti in Sicilia e – sostengono i magistrati che lo hanno portato sotto processo a Palermo – si incontra con uomini della famiglia catanese di Nitto Santapaola; il suo obiettivo, almeno iniziale, sembra sia quello di far cessare gli attentat iincendiari che si erano verificati nei magazzini Standa siciliani. Ma poi da cosa nasce cosa, l’oggetto della trattativa si amplia.
Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, era la memoria storica della lotta alla mafia: ricordava bene anche le vecchie vicende di Cosa nostra che aveva impiantato una base al Nord, a Milano, negli anni Settanta. Borsellino attribuisce una grande importanza a quelle vicende, e non le ritiene affatto vecchie: lo dimostra l’intervista televisiva concessa il 21 maggio 1992 al giornalista Fabrizio Calvi, in cui sottolinea i rapporti che Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, a Milano, avrebbero intrattenuto con personaggi delle famiglie palermitane, primo fra tutti Vittorio Mangano, il capo della famiglia di Porta Nuova, inviato da Cosa nostra a Milano, che per qualche tempo ha addirittura abitato nella villa di Arcore insieme a Berlusconi. Borsellino è tanto convinto che la pista Dell’Utri-Berlusconi sia d’attualità, che alla fine dell’intervista, sornione, consegna a Calvi delle carte, tutte attinenti alle indagini svolte in passato a Palermo su Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.

Intanto però in quei mesi frenetici gli avvenimenti
si accavallano, si rincorrono. Prosegue la strategia delle stragi ordinata da Riina: «Farela guerra per poi fare la pace». La decisione è di portare massicciamente l’attacco – per la prima volta nella storia di Cosa nostra – fuori dalla Sicilia, a Roma, al Nord. Il 15 gennaio 1993 i carabinieri del Ros arrestano a Palermo Riina (non senza qualche mistero: come viene individuata la casa del boss? perché non viene mai perquisita o almeno tenuta sotto controllo?). Ma la strategia già decisa non si ferma. La continuano Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Graviano...

L’Italia vive una tumultuosa, confusa transizione.
Il 21 aprile 1993 Giuliano Amato si dimette da presidente del Consiglio. Il 26 aprile Carlo Azeglio Ciampi riceve l’incarico di formare il nuovo governo. Il 28 presenta la lista dei ministri, in cui sono inseriti, per la prima volta in Italia, esponenti del Pds, l’ex partito comunista. Il 7 maggio la Camera vota la fiducia al governo Ciampi. Il 12 è la volta del Senato. Il 13 maggio il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti, che imagistrati palermitani vogliono processare a Palermo per mafia.
Il 14 maggio prende avvio la seconda parte della campagna stragista di Cosa nostra: a Roma, un’autobomba scoppia in via Fauro, ferendo 21 persone ma mancando l’obiettivo prefissato, il giornalista televisivo Maurizio Costanzo. Il 27 maggio, a Firenze, scoppia una bomba in via dei Georgofili: cinque morti, 29 feriti. Danneggiati la Galleria degli Uffizi, la Torre del Pulci, Palazzo Vecchio, la chiesa dei Santi Stefano e Cecilia, il museo della Scienza e della tecnica. Distrutte o danneggiate opere di Giotto, Tiziano,Vasari, Bernini, Rubens, Reni, Sebastiano del Piombo, Gaddi, Van Der Weyden.

Il 2 giugno davanti a Palazzo Chigi,
sede del governo, viene individuata una Fiat 500 imbottita d’esplosivo. Il 23 luglio a M ilano muore (poi l’inchiesta decreterà: è suicidio) Raul Gardini, ex numero unodella Ferruzzi. Il 26 luglio la Democrazia cristiana, ininterrottamente partito di governo dal dopoguerra, decide il suo formale scioglimento. Intanto le associazioni degli autotrasportatori avevano minacciato uno sciopero a oltranza e la mattina del 27 le prefetture informano il presidente del Consiglio che le agitazioni rischiano di bloccare i rifornimenti di prodotti alimentari e di carburante, proprio alla vigilia dell’esodo estivo. In questa situazione cilena, nella notte tra il 27 e il 28 luglio scoppiano quasi contemporaneamente tre autobombe.
La prima, a Milano, esplode in via Palestro (cinque morti e una decina di feriti) e distrugge il Padiglione di arte contemporanea. La seconda, a Roma, danneggia la basilica di San Giovanni in Laterano e il Palazzo Lateranense (14 feriti). La terza, ancora a Roma, procura gravi danni alla basilica di San Giorgio al Velabro (treferiti). Palazzo Chigi, sede del governo, resta per tre ore misteriosamente isolato e senza possibilità di comunicare con l’esterno. Il 5 novembre alla Borsa di Londra crollano i titoli italiani e la lira. Rimbalzo negativo anche alla Borsa di Milano. Tutto è originato dal diffondersi di una voce, falsa, sulle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica. Si sospetta una speculazione internazionale.

Un contrappunto drammatico Nord-Sud. Stragi
mafiose e convulsioni politiche. Crollo del sistema tradizionale dei partiti e bombe-messaggio, fatte scoppiare per far capire che le istituzioni dovevano scendere a patti, dovevano chiudere una trattativa con Cosa nostra. Riina aveva chiare le cose da chiedere in cambio della sospensione degli attentati, erano quelle scritte nel suo papello. Ma gli obiettivi scelti per gli attentati sono molto raffinati: la galleria dei Georgofili a Firenze, il Padiglione d’arte contemporanea a Milano, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Tutti luoghi, secondo lo storico dei servizi segreti Giuseppe De Lutiis, con possibili evocazioni massoniche. Possibile che Riina abbia fatto tutto da solo? Non c’è stato nessuno che ha fornito un’indicazione, che ha dato un «aiutino»?
«Monumenti, opere d’arte, tesori inestimabili del patrimonio storico e artistico del nostro Paese», dichiara l’allora procuratore di Firenze Piero Luigi Vigna, sono «obiettivi sicuramente non consoni a quelli tante volte attinti da Cosa nostra ed estranei alla sua storica strategia criminale». Con altre parole, Cancemi aveva espresso lo stesso concetto: « Cosa nostra non ha la mente fina per mettere un’autobomba come quella di Firenze», quelli «sono obiettivi suggeriti». Chi sono, allora, le «menti fine» che hanno fatto da suggeritore a Cosa nostra? E chi aveva dato garanzie che le richieste del papello sarebbero state alfine accettate?

In quei giorni, Francesco Paolo Fulci,
direttore del Cesis (l’organismo di coordinamento dei servizi segreti), consegna al capo della pol izia e al comandante dei carabinieri una lista di 16 agenti del Sismi: per «meri fini di riscontro» in merito agli attentati. Nei mesi che seguono l’estate delle bombe, alle stragi si aggiunge lo scandalo Sisde, una storia italiana di agenti segreti che invece di servire lo Stato lo derubavano, intascandosi miliardi di lire. Lo scandalo minaccia di coinvolgere anche il presidente della Repubblica Scalfaro, ex ministro dell’Interno e dunque per un periodo responsabile anche dell’operato del Sisde.

Faticosa, drammatica, confusa, la transizione italiana.
In questo clima incerto e teso, molti soggetti, molti poteri devono aver avuto la tentazione d’inserirsi, per tentare di governarla. Massonerie, settori dei servizi segreti, uomini politici, settori imprenditoriali, « menti raffinatissime»... A dar retta agli uomini di Cosa nostra che, compiuto il salto di campo, hanno cominciato a collaborare con lo Stato, la Fininvest era tra questi soggetti. Aveva da lungo tempo un rapporto con Cosa nostra: dagli anni in cui Vittorio Mangano si era installato ad Arcore, a casa di Berlusconi. La Fininvest dava regolarmente dei soldi a Cosa nostra, forse per la «protezione» delle antenne televisive in Sicilia: una cifra attorno ai 200 milioni all’anno, secondo quanto racconta Cancemi. Ma tra il 1990 e il 1991, quando Cosa nostra decide di «cambiare pelle», Riina ordina a Cancemi di comunicare a Mangano che deve farsi da parte: di Berlusconi vuole occuparsi personalmente. Cancemi esegue: «Incontrando a Vittorio Mangano ci dissi: (...) Vittorio, senti qua, tu mi devi fare una cortesia, senza che mi fai nessuna domanda, mi devi fare una cortesia: tu questi persone, Berlusconi, Dell’Utri, li devi lasciare stare, che Salvatore Riina se l’ha messo nelle mani lui, perchémi disse che è un bene per tutta Cosa nostra, quindi non mi fare altre domande, non mi dire niente. E il Vittorio Mangano con me, siccome lui lo sapeva che io lo volevo bene e lui mi voleva bene pure a me, si... diciamo, si è allargato un pochettino, nel senso... nel senso che mi disse: Ma Totuccio, io è una vita, tu lo sai, è una vita che io... ce l’ho nelle mani io, che ci sono vicino io, tu lo sai, ora tutto assieme io mi devo mettere da parte? E io: Vittorio, fammi questa cortesia, non mi fare altre domande, perché quando quello mi dice che è un bene per tutta Cosa nostra, io non ci posso dire niente».

Nello stesso periodo, la Fininvest era interessata
a fare affari nel centro storico di Palermo. Racconta Cancemi: «Riina mi ha mandato a chiamare e mi disse che c’era la Fininvest, appunto di Berlusconi, Dell’Utri, che era interessata a comprare tutta la zona vecchia di Palermo. Ioc’ho detto: Va bene». Dagli affari è facile passare alla politica: «Quindi, io vi posso dire queste cose che io ho vissuto direttamente; vi posso dire che il Riina Salvatore a me mi diceva che lui si incontrava, si... con queste persone. Questo, diciamo, quello che... quello che ho capito io e quello che ho vissuto io direttamente, che Riina, diciamo, aveva queste persone nelle mani (...).Lui parlava sempre di queste cose. ’Nfino un qualche quindici giorni prima di... che l’arrestassero. (...) L’obiettivi erano di fare, appunto, modificare delle leggi e di fare cambiare questa legge sui pentiti (...) C’erano altre cose pure di... il 41 bis. Insomma, si parlava di tutte queste cose, diciamo, che lui stava portando avanti. (...) Quando si andava nell’argomento di cambiare queste cose, queste regole, specialmente sui pentiti, sul 41 bis e tutte queste cose, lui tirava in mezzo queste persone, diceva: Noi queste persone li dobbiamo garantire, queste persone ci dobbiamo stare vicino, che questi sono quelli che a noi ci devono portare del bene».

Dell’Utri, intanto, sta già pensando alla nascita
di un nuovo partito. Lo racconta Ezio Cartotto, politico democristiano che a metà degli anni Ottanta teneva corsi di formazione per i manager di Publitalia, l’azienda che raccoglieva pubblicità per le reti Fininvest: «Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso entrasse in politica per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi». Forza Italia uscirà allo scoperto solo nel 1994, ma Dell’Utri era al lavoro, sotterraneamente, già dalla primavera 1992, per vincere prima di tutto l’opposizione al progetto-partito interna alla Fininvest (tra gli oppositori, Maurizio Costanzo).

Anche in Sicilia, negli stessi mesi, stanno
cercando nuovi referenti politici. Maurizio Avola, uomo d’onore catanese, racconta che Riina nel 1992 intendeva «creare un nuovo partito politico» nel quale inserire uomini di Cosa nostra sconosciuti, puliti, pronti aportare direttamente gli interessi dell’organizzazione nelle istituzioni dello Stato. Riina aveva ipotizzato anche il nome: Cosa nuova. Ma si era subito reso conto che forse era preferibile puntare su qualcosa di più neutro, come Lega sud.
Comunque tutto era pronto per l’operazione, tanto che Riina aveva chiesto a Santapaola di indicargli persone adatte all’impresa, cioè «uomini nuovi» da poter inserire nel movimento e lanciare verso una brillante carriera politica. Santapaola non si era tirato indietro. Il suo braccio destro, Aldo Ercolano, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 incontra Dell’Utri, stando a quel che raccontano i collaboratori di giustizia, in una località del messinese. Nel 1992 sono ben 34 i viaggi dei fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri a Catania. All’incontro partecipa forse anche Santapaola in persona, per scambiare qualche idea sul futuro della politica italiana. «So che dell’Utri aveva amicizie a Palermo», racconta Avola, «e in quel periodo si parlava già del partito nuovo che stava a cuore a Totò Riina».

Dell’Utri, naturalmente, smentisce. Di certo
c’è che qualcosa effettivamente si muove, al Sud. In quel periodo, spesso sottol’ala di ambienti massonici, in molte regioni nascono nuovi movimenti politici. «Sorsero piccole“leghe”, dislocate in diverse parti del territorio nazionale», spiega Piero Luigi Vigna, che le ha incontrate nel corso delle indagini sulle stragi del 1993. Le enumera con cura: Lega pugliese, Lega marchigiana, Lega molisana, Lega meridionale, Lega degli italiani, Lega sarda, Lega calabrese. E ancora: Lega italiana,Lega delle leghe, Lega sud della Calabria, Lega toscana, Lega laziale, Lega nazional popolare, movimento Sicilia libera...
A una manifestazione della Lega meridionale è presente don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Sicilia libera è invece direttamente creata da uomini di Cosa nostra: la promuove Tullio Cannella, in stretto contatto con Leoluca Bagarella. Vi partecipano i fratelli Graviano e il costruttore palermitano Gianni Ienna. Ha come scopo dichiarato far diventare la Sicilia una nazione autonoma, nel quadro di una Italia federale. Si presenta anche alle elezioni nell’isola, senza grandi successi.
Ma nel corso del 1993 Cosa nostra abbandona l’idea di fare politica in proprio. Nell’organizzazione circola la voce che i tempi duri stanno per finire, che sono stati trovati nuovi alleati. Malgrado gli arresti dei suoi capi – Riina, Santapaola, Bagarella – in Cosa nostra torna l’ottimismo. Alla fine del 1993 è Bernardo Provenzano in persona, lapiù alta autorità dell’organizzazione rimasta libera e attiva,a far sapere alle famiglie: «State tranquilli, ho trovato qualcosa, il vento sta per cambiare».

A Milano, intanto, Dell’Utri è riuscito a vincere
le resistenzeinterne alla Fininveste a convincere Silvio Berlusconi a «scendere incampo». Forza Italia, dopo pochi mesi di vita ufficiale, si appresta avincere le elezioni del 1994.
Oggi, sette anni dopo, nessuna certezza è uscita dallo «gnommero», dal gomitolo del 1992-93. Sono state registrate molte dichiarazioni di collaboratori di giustizia, sono state rilevate molte concordanze di date e di fatti. Ma è ancora troppo poco per formulare accuse precise. Tanto più nei confronti di personaggi potentissimi, e in tempi in cui martellanti campagne di stampa hanno gettato discredito sui «pentiti» e delegittimazione sui magistrati. Così, arrivati al termine della scadenza naturale delle indagini, ènecessario chiedere l’archiviazione. Poiché però i reati di strage non si prescrivono mai e gli indizi restano pesanti sul tappeto, archiviata un’indagine è possibile e doveroso aprirne subito un’altra, a carico di ignoti, e inserire le vecchie carte nei nuovi faldoni.

Forse la prova certa non si troverà mai.
Ma di sicuro, in questa come in altre gravi vicende italiane, è utile non accontentarsi delle risultanze processuali: chi in politica chiede di sventolare sentenze o altrimenti di restare zitti, mostra, paradossalmente, di essere «giustizialista», di ridurre il mondo intero a una grande aula di giustizia. In politica conta invece anche l’opportunità dei comportamenti. Dai politici non si deve pretendere qualcosa di più che la fedina penale pulita? Negli Stati Uniti e in altri Paesi civili c’è chi ha avuto la carriera politica rovinata per aver scelto male la baby sitter, o la colf, o l’amante. E chi ha assunto e tenuto in casa uno «stalliere» che era in realtà un boss mafioso? E chi ha avuto come braccio destro nel business e nella politica un uomo come Marcello Dell’Utri, le cui agende dimostrano che è rimasto sempre in contatto con gli ambienti mafiosi palermitani? E chi ha attraversato con mille ambiguità (nel migliore dei casi) la stagione delle stragi del 1992-93?

C’è comunque una domanda
che resta senza risposta: perché mai tanti uomini provenienti da Cosa nostra raccontano di contatti tra i boss e gli ambienti Fininvest nel 1992-93? Le risposte possibili, razionalmente, sono tre:
1. È tutta una montatura dei magistrati «comunisti» che hanno indottrinato decine di «pentiti»: è una spiegazione più dietrologica e complottista dell’ipotesi B, che pure è accusata di essere dietrologica e complottista.
2. È tutto un equivoco: la convinzione di essere sostenuti da Berlusconi si è davvero diffusa dentro Cosa nostra, ma è l’autoconvincimento di boss e gregari impegnati in una guerra contro lo Stato che ha portato alla disfatta dell’ala corleonese dell’organizzazione.
3. È vero, i contatti tra gli ambienti Fininvest e Cosa nostra ci sono stati.
In attesa di approdare a qualche certezza in proposito, l’Italia, strano Paese europeo, va con questi dubbi verso l’appuntamento elettorale.


 

Mille grazie a societacivile.it

condorbianco ci ha pensato in data: luglio 05, 2006 12:40 | commenti (popup) | commenti