mercoledì, 31 ottobre 2007 | in :

Ma il Governo non va delegittimato 

La Stampa, 30/10/2007

BARBARA SPINELLI

Caro direttore,
ti scrivo perché la linea editoriale che esprimi non mi trova del tutto consenziente. Non è questione di convinzioni diverse, né di diversa collocazione politica.

Che in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti mi pare non solo normale, ma arricchente. Quel che sento davanti al tuo articolo, e a tanti che somigliano al tuo nei giornali indipendenti, non è dissenso, ma un disagio molto profondo. Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private.

Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo. In un certo senso mi sento defraudata del mio voto: organismi intermedi si sono insediati tra l’elettore e la rappresentanza da esso scelta, e sono questi organismi che hanno deciso e decidono tutto: i giornali appunto e questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo. Sono questi organi intermedi che stanno decretando che questo governo è caduto (che è «una carcassa che si trascina», scrivi con linguaggio che, ti confesso, mi ha scosso per la violenza che contiene). Sono questi organi che per la seconda volta nella storia recente - e in modo ancor più inquietante che nel 1998 - accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto. E lo decretano prima che il tempo costituzionalmente assegnato al governo sia concluso. Prima che gli italiani siano chiamati a votare, allo scadere normale della legislatura. Non sono defraudata solo del voto. Mi vien tolta anche la sacralità del tempo conferito col mandato, così preziosa nelle democrazie: la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne.

Tu scrivi che il centro-sinistra deve andare a casa perché mai c’è stato in Italia governo impopolare come questo. Anche qui provo vero disagio, non fosse altro perché non manca giorno in cui i riformisti chiedono ai governanti di «rischiare l’impopolarità». I governi non vanno a casa perché a un certo punto (dopo una settimana o un mese o un anno) si constata che non si vendono troppo bene: nella democrazia rappresentativa un governo non è un sapone, né un’automobile, e neppure un giornale che conquista o non conquista lettori. È qualcosa di radicalmente diverso, costruitosi lungo i secoli, reso sempre più complesso da una storia lunga. Il disagio cresce se penso ai Paesi europei che mi è capitato di conoscere negli ultimi decenni: tutti hanno prima o poi traversato periodi anche assai lunghi di impopolarità (è stato così per i governi Schmidt, Kohl, Schröder; per i primi ministri e Presidenti francesi; per i premier inglesi a cominciare dal governo Thatcher) e mai ho visto all’opera il tumulto che esiste da noi: il gusto apocalittico che si espande, l’inestinguibile sete di andare alle urne prima del tempo, trascinati da sondaggi e da opinioni che prevalgono nei salotti. Mai ho visto un così vasto schieramento di forze distruttive, che quasi hanno timore di costruire e pazientare. Forze che prese una per una sembrano aver dimenticato il proprio mestiere, oltrepassandolo sempre. Che confondono, in maniera inaudita, il criticare anche severo con l’esigere, perentorio, che il governo cada al più presto. Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice. Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura, e volontariamente servire il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione. Tra la strategia di riconquista apprestata da Berlusconi fin dal 10 aprile 2006 e quel che mi dicono oggi giornali e tv non riesco, per quanto ci provi, a scorgere più differenza alcuna.

Il fatto è che queste forze distruttive si comportano come se non sapessero la storia che stanno facendo, e cosa precisamente vanno disfacendo.
Hanno anzi l’impressione di essere indipendenti, libere come non lo sono state in passato.

Non mi paiono libere. Tranne alcune eccezioni, ancor più luminose perché rare e solitarie, quasi tutti son sedotti da questo desiderio di dissoluzione, che allarga i cuori e trasforma ogni commentatore critico in governatore dell’universo, oltre che dell’Italia. Commentatori che constatano un disastro che essi stessi, giorno dopo giorno, hanno contribuito a creare. Non è l’idea che mi faccio né della democrazia, né della vocazione di testimone e pensatore affidata alla figura del giornalista.
Un caro saluto.   [ QUI ]

Questa lettera al direttore de La Stampa è stata da me reperita sul blog dell'amica Harmonia, che sentitamente ringrazio: http://ahimsa.splinder.com/

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 31, 2007 11:53 | commenti (5)(popup) | commenti (5)

CHIESA E FARMACISTI,

ABIEZIONE DI COSCIENZA

sexangels

Ho trovato degna di nota la richiesta del Papa di consentire l'obiezione di coscienza anche ai farmacisti:
http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/esteri/benedettoxvi-17/aborto-farmacisti/aborto-farmacisti.html

Oltremodo interessante l'inchiesta pubblicata su "La Stampa" di oggi [purtroppo solo sull'edizione cartacea e non visibile on-line] sull'argomento: "Case e Vaticano".
Riporto qui solo i titoli in grassetto:
"La Chiesa sfratta: danno i palazzi solo ai ricchi" - "Un comitato di inquilini si appella a Bagnasco: Perchè privilegiate i mercanti del tempio?"
- Duemila enti ecclesiastici posseggono un quarto del centro di Roma - Spesso i beni sono stati donati a ordini e congregazioni PERCHE' NE FACESSERO USO CARITATEVOLE -
Qualche numero:
Oltre un quinto del patrimonio immobiliare italiano fa capo alla Chiesa
Il 25% circa delle case nella capitale è intestato a diocesi, congregazioni religiose, enti e società del Vaticano. Sono le proprietà di Propaganda Fede (il ministero vaticano delle missioni) e ammontano a 89 miliardi. Negli ultimi due anni il Vaticano ha cominciato a fare trading immobiliare, vendendo beni per quasi 50 milioni.
Il più grande intermediario immobiliare che lavora con la Chiesa, il gruppo Re Spa, realizza da questa attività circa 30 milioni di fatturato.
Il patrimonio gestito dallo Ior, la banca vaticana, e dall'Apsa sfiora i 6 miliardi.
200 mila posti letto sono gestiti da religiosi, con 3.300 indirizzi, tra case per ferie, hotel centri di accoglienza per pellegrini. Il giro d'affari è stimato in 4,5 miliardi.
2 mila monasteri e abbazie sono quelli esistenti in tutta la Penisola. A Roma sono 5 mila i posti letto ufficialmente disponibili in ex conventi e collegi religiosi. Il giro d'affari del turismo nella Capitale è stimato intorno ai 150 milioni di euro.

Inchiesta pubblicata su La Stampa del 29.10.2007 a firma di Filippo di Giacomo e Giacomo Galeazzi.

Il pontefice giudica immorale che un farmacista dispensi la pillola del giorno dopo. Io giudico immorale tutto questo. Come sempre, è questione di opinioni, ma la sua ha, a quanto pare, un peso assai maggiore della mia.

(L'autrice del post è Beatasolitudine)

                                                                                                          

La vignetta è qui per gentile concessione del suo autore, il mio amico Andrea Pedrazzini, al quale vanno le mie genuflessioni (http://andped.wordpress.com)

 

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 30, 2007 09:24 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
venerdì, 26 ottobre 2007 | in : interviste, religione

firmadati

‘Abd an-Nur, il mio amico musulmano

terza puntata

 

D.: Ma quanti Islam esistono?

R.: Un detto del Profeta* riferisce che "le vie verso Dio sono numerose quanto le anime dei figli di Adamo".
Potremmo soffermarci sulle numerose "forme dottrinali" che la sapienza islamica ha assunto nell'arco della sua elaborazione storica: dalla grande distinzione tra sunniti e shi°iti, alle scuole giuridiche che caratterizzano e strutturano questi gruppi al loro interno, fino alle molte "sette" più o meno ortodosse che da essi hanno preso le mosse. Ciò, tuttavia, credo porterebbe l'attenzione più sugli aspetti esteriori della tradizione islamica, che sui suoi princìpi fondamentali.
Questi ci raccontano, piuttosto, di una tolleranza radicale, che dinanzi alle differenze delega a Dio soltanto, Giudice Giusto ed Onnisciente, Misericordiosissimo e Sovrano, la Conoscenza ultima del Bene e del suo allontanamento.

Alcuni intellettuali contemporanei affermano esplicitamente che "l'Islam è ciò che se ne fa", con un'espressione eccessiva, forse, ma fedele, nonché profondamente drammatica.

In linea di principio, l'Islam non contempla una vera e propria "scomunica", per cui si possa dire una volta per tutte "chi è musulmano" e chi "non lo è". Ciò conduce a pareri anche molto discordanti tra diversi giuristi, dai temi della violenza contemporanea fino al diritto di famiglia e così via.

Lo sforzo di qualsiasi credente, dunque, non deve essere quello di imporre un "monopolio della fede", che pretenda di definire criteri assoluti di legittimità confessionale: si tratterebbe di una tendenza "clericale" che genererebbe, a tutt'oggi, ben più conflitti che soluzioni pacifiche.

E’ invece necessario impegnarsi in una paziente opera di testimonianza perseverante, di impegno nel dibattito intellettuale religioso e non, di recupero scrupoloso ed amorevole delle fonti autentiche della fede e della comprensione che se n'è data nel corso dei secoli, e di stretta ed onesta collaborazione con quelle persone "di buona volontà" che impegnano le loro esistenze in vista di quel Fine che le supera e le completa.
Paradossalmente, noi dobbiamo impegnarci, oggi, affinché "gli Islam" esistenti divengano sempre di più, anziché sempre di meno; non per una generica e disordinata "passione per la molteplicità", ma affinché questa torni ad essere un genuino riflesso dell'Unità, anziché essere asservita ad una strisciante omogeneizzazione monolatrica.

 

 

D.: Storicamente, l’Islam è stato molto più tollerante del Cristianesimo, fino a un certo momento del Medioevo. Perché oggi sembra, almeno agli occidentali, che la realtà sia diversa?

R.: La società musulmana dell'epoca "aurea" della storia islamica rappresentò a tutti gli effetti una "società mediterranea", multiculturale ante litteram. La profonda tolleranza che la caratterizzava discendeva sia dai princìpi religiosi di cui era un'espressione fedele, sia dal contesto socio-culturale in cui si sviluppò, naturalmente aperto a contaminazioni plurisecolari di varia e disparata provenienza. Non è un caso se la condizione, ad esempio, della popolazione ebraica, e più in generale di molte minoranze, anche cristiane, fu di gran lunga più serena nel Vicino e Medio Oriente musulmano, piuttosto che nell'Europa medievale.

Il brusco mutamento di condizioni che s'è verificato durante l'ultimo secolo incarna una pluralità di cause. La prima e più fondamentale è quella di cui si parlava prima, e cioé la progressiva perdita di una comprensione religiosa genuina. Sarebbe tuttavia sciocco e superficiale pensare di potervi identificare l'unico fattore scatenante. Esso è infatti strettamente irrelato con aspetti meno profondi ma altrettanto determinanti, che ruotano precipuamente attorno alla questione coloniale, a tutt'oggi irrisolta.
Non è infatti possibile comprendere l'evoluzione economica, sociale e politica della regione, né i suoi assetti attuali, prescindendo dalle dinamiche colonialistiche che l'influenzano a vario titolo da circa duecento anni. Esse hanno innescato processi autonomi profondamente invasivi - dalla dipendenza commerciale alla corrosione del tessuto economico tradizionale, che tramite un'industrializzazione forzata, ma perlopiù incompiuta, ha condotto alla dilagante cancrena degli organismi sociali, dalla famiglia ai clan, che trovano a tutt'oggi espressioni politiche deviate in un lessico politico importato, ma non condiviso. La cultura mediorientale ha subìto un vero e proprio shock, che ad una modernizzazione progressiva ha sostituito un'occidentalizzazione brusca, sregolata, alienante. Ciò ha dato adito a reazioni anche molto differenti, da un'adesione incondizionata al "modello Occidente", alla sua indiscriminata demonizzazione. E' invece sulle sfumature che possiamo e dobbiamo scommettere.

Uno degli esempi più drammatici è forse quello che riguarda il rapporto colle minoranze ebraiche.
Esso ha infatti conosciuto uno sconvolgente inasprimento solo a partire dal processo di insediamento di coloni sionisti in Palestina. In precedenza, infatti, la popolazione ebraica era addirittura considerata più "vicina" di quella cristiana, sia per una più spiccata vicinanza teologica, sia per l'assenza di istanze proselitistische destabilizzanti. Gli ebrei poterono sempre insediarsi senza problemi a Gerusalemme - come molti rabbini, anche europei, facevano coll'approsimarsi della vecchiaia - e fino a tutto il dominio ottomano sulla regione vennero concesse senza troppi problemi larghe concessioni territoriali alle comunità ebraiche nella regione, ed a coloro che intendessero immigrarvi.
Fu colla sponsorizzazione britannica dell'immigrazione sionista, che i sentimenti anti-ebraici nel mondo arabo s'acuirono, fino alla creazione dello Stato d'Israele nel 1948 e la cocente sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni del '67. L'anti-sionismo arabo scorse negli ebrei un agente di infiltrazione coloniale: "altri" in quanto stranieri colonialisti, e non in quanto fedeli alla tradizione ebraica, che invece continuò ad essere esplicitamente considerata come "parte del mondo arabo" fino a tutta la prima metà del '900. Fu solo in seguito che l'anti-sionismo acquisì toni anti-ebraici, anche e soprattutto tramite la diffusione di materiali anti-semiti di origine europea - e, particolare interessante, precipuamente tramite la mediazione di arabi cristiani, che veicolarono il pensiero dominante nei Paesi cristiani con cui erano in contatto.

Ciò non scagiona in alcun modo l'attuale clima di intolleranza che, in modi ed intensità assai differenti tra una regione e l'altra, riguarda il mondo arabo-musulmano. Sarebbe tuttavia sbagliato tacciare questa tendenza di essere radicata in forme innate di intolleranza religiosa od arretratezza culturale; è invece necessario analizzare con attenzione le varie e diverse cause che le sostanno, ed ancora una volta impegnarsi in un'opera di acculturazione che, curiosamente, deve sforzarsi d'essere un recupero ed un rinnovamento, prim'ancora di proporsi - od imporsi - come un progresso od un'innovazione.

 

(continua – la prime due puntate sono qui: http://operazioneverita.splinder.com/post/14227384/Intervista+a+un+musulmano

http://operazioneverita.splinder.com/post/14418816 )

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 26, 2007 11:41 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
giovedì, 25 ottobre 2007 | in : vaticano, religione, valori, dottor divago, laicità dello stato

SCOPERTO IL MOTIVO DELL'INSONNIA  NEL PASTORE TEDESCO

 

democracyvatican

...e ad Arcore è già iniziata la sperimentazione sull'uomo.

                                                                                                              

La vignetta è qui per gentile concessione del suo autore, il mio amico Andrea Pedrazzini, al quale vanno i miei salamelecchi (http://andped.wordpress.com)

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 25, 2007 12:38 | commenti (13)(popup) | commenti (13)
mercoledì, 24 ottobre 2007 | in : interviste, religione

firmadati

‘Abd an-Nur, il mio amico musulmano

seconda puntata

D.:Ha senso parlare di compatibilità tra Islam (inteso come religione) e Democrazia, o è più esatto parlare di Islam come area culturale?

R.: Si tratta di due piani affatto differenti. E' necessario rendersi conto che "l'Islam in quanto tale" è perlopiù inattingibile, al giorno d'oggi. Semplicemente, se n'è dimenticato il Senso; è perciò che la democrazia rappresenta a tutti gli effetti una benedizione, un'opportunità che non va perduta.

Provo a spiegarmi. L'Islam "come religione" è una strada, un cammino di fede tradizionale radicato nella Rivelazione, che domanda alla creatura umana di assumersi la responsabilità di un maturo ritorno al suo Creatore, offrendogliene le indicazioni e gli strumenti necessari. Solo  in quest'ottica si può comprendere il valore sociale e finanche politico di alcune prescrizioni dottrinali islamiche – marginali del resto .

Nell'epoca contemporanea, tuttavia, la dimensione spirituale e la comprensione della Rivelazione sono, per capirci, "ai minimi storici". E' la stessa dottrina tradizionale a ribadire un'evidenza sotto gli occhi di tutti: ci sono epoche in cui la Parola viene dimenticata, fraintesa e vilipesa; e questa è una di quelle epoche, tipicamente.
E' in tal senso che la democrazia rappresenta, a tutt'oggi, un balsamo irrefutabile: questa è infatti l'epoca in cui alla comprensione consensuale del Vero s'è andata sostituendo l'imposizione delle Sue caricature; chi vuole imporre la Verità non può che essere, infatti, qualcuno che non L'ha nemmeno affatto compresa. In una parola, vuole asservire alla sua presunzione: a tutti gli effetti, entriamo nell'ambito dell'idolatria.
La democrazia può contribuire ad esorcizzare queste pretese ideologiche - sataniche, in senso stretto - proteggendo la libertà di ricerca spirituale (esistenziale, in senso lato) che Iddio ha stesso ha garantito - ed in un certo senso imposto - alla creatura umana. In tal senso, il metodo consensuale ed il paradigma costituzionale vanno curiosamente nella direzione di un recupero di quelle tutele che la stessa dottrina religiosa garantiva ab originis.

In sintesi, sebbene lo spirito originario della dottrina islamica e della teoria democratica divergano radicalmente, nell'epoca contemporanea esse possono recuperare, complementarmente, da un lato, l'apertura non-idolatrica verso una ricerca libera e costruttiva, e dall'altro un afflato etico non-costrittivo che restituisca al "demos" una vera e piena dignità umana, oltre ad un'egalitaria legittimità elettorale. La responsabilità islamica nei confronti della democrazia contemporanea, infatti, è realmente rivoluzionaria.
E' un po' questa, oggi, la sfida dell'Islam come "ambito culturale" che sappia coniugare l'Islam come "tradizione" e la democrazia come metodo e come contesto.


(continua – la prima puntata è qui: http://operazioneverita.splinder.com/post/14227384/Intervista+a+un+musulmano )

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 24, 2007 10:29 | commenti (11)(popup) | commenti (11)
mercoledì, 24 ottobre 2007 | in : casi di coscienza

Su segnalazione dell'amico MattBeck, che ringrazio, leggiamo, su http://www.alternainsieme.net/elkassim.htm, la vicenda, da noi già segnalata in un post (http://www.splinder.com/myblog/edit/post/270056?edit[nid]=12840182) precedente, di

ABOU ELKASSIM BRITEL, CITTADINO ITALIANO

INNOCENTE

Come è noto, con extraordinary renditions (letteralmente “spedizioni straordinarie”) si designano i veri e propri rapimenti attuati dai servizi segreti statunitensi in nome della lotta al terrorismo e con la collaborazione illegale delle polizie di vari Paesi.

Una delle vittime di tali operazioni è Abou Elkassim Britel, originario del Marocco ma divenuto cittadino italiano, residente a Bergamo, ora detenuto in Marocco: si tratta, a tutt’oggi, dell’unico cittadino italiano coinvolto in una extraordinary rendition

Nel marzo del 2002, mentre si trova in Pakistan per ragioni di studio (per un progetto editoriale di traduzione di testi classici dell’islam), viene fermato dalla polizia.

I servizi segreti del Pakistan e degli Usa sono subito convinti di aver messo le mani su un terrorista e per questo lo sottopongono a interrogatori e torture. Di lui alcuni mass media in Italia (informati da chi?) dicono addirittura che è il referente di Al Qaeda in Italia.

Così anche la magistratura apre in Italia un'indagine, durata oltre 4 anni, conclusasi pochi mesi fa, con l'archiviazione per "totale insussitenza di elementi d'accusa che consentano di affermare che gli indagati abbiano partecipato ad un'organizzazione terroristica islamica".

Nel frattempo Elkassim Britel, che è cittadino italiano, è lasciato a se stesso dalle nostre autorità. Così dal Pakistan con un aereo della Cia viene tradotto segretamente in Marocco e rinchiuso in un carcere segreto noto per le condizioni disumane in cui sono tenuti i prigionieri.

Sarà rilasciato solo dopo nove mesi, nel 2003; è sconvolto, stremato, malato, ma, quando tenta di rientrare in Italia, sparisce di nuovo in un buco nero chiamato Témara, dal quale ricompare per essere giudicato e condannato a quindici anni di reclusione (ridotti a nove l’anno successivo), con un processo durato poco meno di mezz’ora.

Dove erano e che cosa hanno fatto le autorità italiane per assistere il nostro concittadino? Chi ha redatto i rapporti finiti sul tavolo delle magistratura italiana e risultati poi del tutto inconsistenti? Perché il ministro degli esteri Fini elogiava la cooperazione fra “i nostri srevizi, gli Usa e i servizi di alcuni Paesi arabi moderati", proprio mentre Ekassim era illegalmente detenuto in Marocco?

Elkassim Britel è ancora in prigione, in Marocco. Di lui si è occupata la specifica commissione istituita dal Parlamento Europeo per fare luce sulle extraodinary renditions; testate come Rainews24, “Diario”, “Carta” e vari quotidiani hanno fatto conoscere la sua storia; nel dicembre scorso, a seguito di una interpellanza parlamentare, il governo ha promesso di sostenere la domanda di grazia da presentare alle autorità marocchine.

Il 14 febbraio 2007 il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza la risoluzione (relatore il parlamentare europeo italiano Claudio Fava) che denuncia i 1.245 voli segreti della Cia, i rapimenti commessi sul suolo europeo, le torture a cui i rapiti sono stati sottoposti, con la complicità di diversi Paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia.

Sempre nel febbraio scorso una delegazione parlamentare dell’Unione, con i parlamentari Roberto Poletti, Ezio Locatelli e Alì Rachid, è stata in Marocco: ha fatto visita ad Elkassim Britel nel carcere di Casablanca, ha ancontrato le massime autorità politiche di quel Paese e ha consegnato la richiesta di grazia per il Re del Marocco, sottoscritta da un centinaio fra senatori e deputati, per la liberazione di Elkassim Britel.

La grazia per Elkassim non è ancora arrivata. (27.06.07)

Leggiamo altresì le parole di sua moglie, che disperata scrive, su www.giustiziaperkassim.net:

Kassim è in sciopero della fame da mercoledì 17 ottobre

Nel carcere di Äin Bourjia è sospesa ogni attività, spento il forno, chiusa la cucina, i detenuti escono dalle celle solo per la preghiera in moschea. Lo sciopero è generalizzato.

Ancora una volta gli scioperanti chiedono un trattamento dignitoso, da sempre negato nel carcere di Salé.

Kassim stava lì fino ad anno fa, sa molto bene come ci si vive.

Nel marzo 2004, occhi bendati e manette ai polsi, vi subì un feroce pestaggio, accompagnato da ingiurie e dal taglio della barba con un coltello.

Non ho dimenticato la durezza di quel luogo e la coercizione esercitata anche su di noi parenti in visita.

Spero che mio marito resista, che il suo fisico già tanto provato non ceda, questo è il suo terzo sciopero della fame continuato              


Cosa sta succedendo nelle carceri marocchine?                                                  20 ottobre 2007

Dal 25 settembre è in atto la protesta degli 'islamistes' nel carcere di Salé.

Il motivo sono le gravi e ripetute violazioni dei diritti umani, inutilmente denunciate negli anni.

Un alto numero di detenuti è stato trasferito, senza comunicazione alle famiglie, alcuni verso destinazione sconosciuta, mentre all'interno della prigione si moltiplicano atti di intimidazione e violenza sui prigionieri.

In tutte le carceri del Marocco gli islamistes avevano già attuato alcune iniziative in solidarietà con i detenuti di Salé, ora lo sciopero della fame a sostegno della richiesta di porre fine alle pratiche inumane, degradanti ed umilianti.

I detenuti sono esasperati anche dall'assenza di qualunque interessamento alla loro sorte e a quella delle loro famiglie. Una visita di membri del CCDH (Conseil consultatif des droits de l'homme) al carcere di Salé ed il successivo impegno del Ministero della Giustizia per un 'inchiesta non hanno prodotto finora alcun risultato. Si sono già verificati ricoveri in ospedale.

   

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 24, 2007 09:48 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
martedì, 23 ottobre 2007 | in : personaggi, governo prodi, dottor divago, casi di coscienza, misskappa

NEI RARI MOMENTI DI LUCIDITA',

MASTELLA HA UN PENSIERO RICORRENTE...

quel-che-ho-voluto01

 

La vignetta è qui per gentile concessione del suo autore, il mio amico Andrea Pedrazzini, al quale vanno i nostri ringraziamenti(http://andped.wordpress.com)

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 23, 2007 11:25 | commenti (6)(popup) | commenti (6)

ALLARME (FORSE) RIENTRATO.

PERO' CURIAMOLI, CHE E' MEGLIO...

 

Dal sito de "La Repubblica":

Il ministro delle Comunicazioni riconosce sul suo blog che la norma va cambiata
"L'allarme è giustificato. Avrei dovuto controllare il testo parola per parola"

Ddl editoria, Gentiloni ammette
"Un errore la registrazione dei siti"


<B>Ddl editoria, Gentiloni ammette<br>"Un errore la registrazione dei siti"</B>

Il ministro Gentiloni

ROMA - "Un errore da correggere". Con queste parole Paolo Gentiloni, ministro delle Comunicazioni, ammette sul suo blog che è giustificato l'allarme suscitato dalla norma sulla registrazione dei siti internet inserita nel disegno di legge di riforma dell'editoria proposto da palazzo Chigi. Una presa di posizione che segue le assicurazioni date ieri dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Levi sul fatto che l'esecutivo non intende in alcun modo censurare internet.

"L'allarme lanciato da Beppe Grillo e ripreso da molti commenti al mio blog è giustificato", scrive Gentiloni, aggiungendo che la correzione è necessaria perché la norma in questione "non è chiara e lascia spazio a interpretazioni assurde e restrittive".

Il ministro riconosce poi, come ha fatto anche il titolare delle Infrastrutture Antonio Di Pietro nel suo blog, la propria fetta di responsabilità nell'accaduto "per non aver controllato personalmente e parola per parola il testo che alla fine è stato sottoposto al Consiglio dei Ministri". Il disegno di legge è stato approvato la settimana scorsa dal governo e già nei prossimi giorni dovrebbe essere preso in esame alla Camera. "Pensavo - prosegue Gentiloni - che la nuova legge sull'editoria confermasse semplicemente le norme esistenti, che da sei anni prevedono sì una registrazione ma soltanto per un ristretto numero di testate giornalistiche on line, caratterizzate da periodicità, per avere accesso ai contributi della legge sull'editoria".

Per il ministro delle Comunicazioni, dunque, "va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali, ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog. Ho sempre sostenuto questa tesi, sia in Parlamento che nei dibattiti pubblici, anche martedì scorso, rispondendo a una domanda del verde Fiorello Cortiana (in occasione del Festival Eurovisioni di Roma, ndr). Il testo, invece, è troppo vago sul punto e autorizza interpretazioni estensive che alla fine potrebbero limitare l'attività di molti siti e blog". In definitiva, "meglio, molto meglio lasciare le regole attuali che in fondo su questo punto hanno funzionato. Riconosciuto l'errore, si tratta ora di correggerlo. E sono convinto che sarà lo stesso sottosegretario alla Presidenza Levi a volerlo fare".

(20 ottobre 2007)
DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 20, 2007 18:54 | commenti (64)(popup) | commenti (64)

ANNI '60, ANNI'70,

E DOMANI.

 

 

Quando ero piccolo, e andavo alle elementari, capitava molto di frequente di vedere per la strada persone strane.

Alcuni venivano definiti “focomelici”. I focomelici avevano le mani quasi attaccate alle spalle, i piedi quasi alle ginocchia. La sciagurata conseguenza di un farmaco terribile, dato alle loro mamme quando erano in loro attesa. Errori della scienza.

Non era una colpa, essere focomelico. Ma io, da bambino, li temevo, ne avevo orrore. Io non ero come loro.

 

Quando ero piccolo, si vedevano spesso per Milano i “mutilati di guerra”. Uomini, di solito, che allora avevano una quarantina d’anni. Chi senza una mano, chi senza un piede, chi senza un occhio.

Mi facevano orrore, e io scappavo da loro. Ma non è una colpa essere stati feriti da una bomba.

Però – mi dicevo – loro non sono come me.

 

Poi ci fu il famoso “terremoto del Belice”, una specie di catastrofe che rase al suolo centinaia di villaggi in Sicilia, se ben ricordo nel ’67. Io andavo in terza elementare.

Arrivò dalla Sicilia un bimbetto spaventato, non ricordo ora come si chiamasse, che non parlava nemmeno. Capiva l’italiano, anche se con fatica, ma non parlava se non nel suo dialetto, aveva negli occhi l’orrore. Gli fui vicino di banco per un anno scolastico, e comunicavamo quasi a gesti.

Ricordo che puzzava.

E io ne avevo paura. Ma non era colpa sua, se la casa gli era crollata addosso. E non era colpa sua, se stava in un alloggio dove lavarsi era difficile. Ma io ne avevo paura, mi dava fastidio stare vicino a lui. E purtroppo, credo di averglielo fatto capire. Perché eravamo diversi.

 

Quando ero piccolo, e mio padre era abbastanza ricco, vedevo spesso, per la strada, gli operai di allora, recarsi al lavoro. Tutti vestiti di blu.

Si saliva sull’autobus o sul tram, la mattina presto, per andare a scuola, e se ne sentiva l’odore.

Odore cattivo, di sudore umano.

 

E io ne avevo paura. A casa mia avevamo due bagni, eravamo pulitissimi.

Credevo fosse una colpa, quella di non potersi lavare.

E ne avevo paura.

Siccome moltissimi operai arrivavano dal Sud Italia, parlavano dialetti che per me erano stranieri: siciliano, calabrese, napoletano, sardo… Mi dicevano che erano differenti. “Meridionali”.

E la mia gente li identificava subito, con quella parola tremenda: “E’ un terrone”.

 

Poi c’era la mia famiglia.

Che studiava la storia e il latino, che aveva due bagni. Un lusso ernome, per l'epoca.

C’erano i miei nonni, con i quali parlavo in dialetto, ma che si arrangiavano a imparare l’italiano da me, che studiavo.

 

C’erano i miei genitori, le mie sorelle maggiori, che parlavano con me in un italiano corretto, e la maestra, che ci correggeva amorevolmente.

E mio padre che raccontava, davanti a una tavola imbandita, barzellette sui "terroni".

Quegli stessi "terroni" che si spaccavano la schiena ogni giorno per imbandire la sua tavola. Ma quegli stessi “terroni” erano pieni di gentilezza, con me piccolo, proprio come quelli che parlavano in milanese.

 

Quel bambino siciliano, non l’ho più rivisto.

Non so che fine abbia fatto.

 

Anni dopo ero un giovanotto, ci fu il terremoto in Friuli, era il ’76.

Mi ritrovai ad aiutare.

Soldati, pompieri, infermieri, altri ragazzi in divisa come me.

 

Si sentivano lingue diverse, si sentiva il romanesco mescolato al friulano, il milanese col napoletano, la parlata sicula con quella genovese, e così via.

Ma nessuno, nessuno di noi, lo giuro, in quel momento si sentiva lombardo, o piemontese, o ligure, o siciliano.

Ci si sentiva italiani, e basta. Come me, uguali.

 

Scoprii che la puzza di quel bambino che mi aveva fatto da compagno di banco silenzioso, per un anno, era la puzza della sfortuna.

Perché è l’odore di chi ha perso tutto. E dopo un mmese di Friuli, tornando nella mia casa pulita, la mia camicia aveva ormai lo stesso odore.

Lo avrei risentito, tanti anni dopo, in Cina, in Perù, nel Sinai.

 

Chi è stato in un’area terremotata, chi ha vissuto i bombardamenti, chi ha visto quelli che hanno perso tutto, la riconosce subito, quella puzza.

E’ puzza di sudore, di gente sfortunata. Di paura. Puzza di squallore. Fetore di morte, di sofferenza inutile.

Ma anche odore di gente che se potesse lavarsi, avere un bagno, un lavoro decente, una casa pulita, sarebbe contenta. Gente che non avrebbe nessuna voglia di pulire i vetri ai semafori, di prostituirsi all’angolo della strada, di vendersi a un racket, ma vorrebbe fare il proprio mestiere, imparato da giovane: il panettiere, il libraio, l’autista, l’ingegnere, l’infermiera, il tassista, il calzolaio, l’insegnante.

 

E invece i loro bambini magri si trovano di fronte la faccia spaventata di un bambino come me: grassottello, che si lava tutti i giorni, e che ha paura di loro. E si crede diverso, migliore.

 

Quale sia la morale di tutto questo, non saprei.

Spero solo che chi oggi ha circa 20 anni e anche meno, ci pensi un po’ su, quando vede una camicia verde.

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 18, 2007 18:02 | commenti (11)(popup) | commenti (11)

SI APRE UNA PRIMA BRECCIA GIURIDICA

 

UNA SPERANZA PER CHI NON SPERA PIU’

 

La Corte di Cassazione ha accolto l’ultimo ricorso del papà di Eluana, che vegeta da 15 anni, alimentata a forza da un sondino nasogastrico.

 

“Il giudice”, dice la sentenza, “può autorizzare la disattivazione”, purché la diagnosi di stato vegetativo sia formulata “in base a un rigoroso apprezzamento clinico”, e giudicata “irreversibile”, ma anche che la volontà del paziente in tal senso sia provata – non necessariamente dalla sua viva voce, ma anche in considerazione delle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dai suoi convincimenti”.

 

La Corte di Cassazione stabilisce con questa sentenza che “il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia.”

Al contrario: è una “scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale.”

 

E’ triste gioire pensando a quanti desiderano, legittimamente, morire.

Ma lasciatemi esultare per loro, pensando a uno che si chiamava Piergiorgio.

DatieFatti ci ha pensato in data: ottobre 17, 2007 16:52 | commenti (9)(popup) | commenti (9)